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Deepfake e frodi digitali: quali strumenti ti aiutano a smascherare i video manipolati?

📅 21 Agosto 2026✍️ di Silvia Berneschi⏱️ 4 min di lettura

Negli ultimi mesi ricevo sempre più richieste da comuni e organizzazioni pubbliche preoccupate per una minaccia che sembrava ancora lontana: i deepfake. Non parliamo di video ridicoli virali sui social, ma di frodi digitali serie, capaci di danneggiare reputazioni e compromettere processi decisionali. Un sindaco mi ha contattato perché circolava un video manipolato in cui apparentemente autorizzava una concessione edilizia illegittima. Non era autentico, ma il danno reputazionale era già fatto. Da quel momento ho iniziato a studiare davvero come aiutare le amministrazioni e i cittadini a difendersi.

La sfida dei deepfake nel 2024

I deepfake non sono più una curiosità tecnologica. Sono diventati strumenti di frode organizzata. Nel mio lavoro con le smart city ho visto come questi video manipolati possono destabilizzare processi amministrativi, danneggiare funzionari pubblici e alimentare disinformazione su larga scala.

Quello che mi sorprende è la velocità con cui si evolvono. Le tecnologie di sintesi video avanzano ogni trimestre. Gli algoritmi di intelligenza artificiale sono sempre più sofisticati e accessibili. Tre anni fa, creare un deepfake convincente richiedeva competenze specializzate e server potenti. Oggi ci sono piattaforme che qualunque persona può usare in pochi minuti.

Ma c’è una buona notizia: anche gli strumenti di verifica stanno migliorando velocemente. Nel corso di progetti concreti, ho testato diverse soluzioni e voglio condividere cosa funziona veramente sul campo, non solo in teoria.

Strumenti gratuiti che funzionano davvero

Comincio dai tool accessibili a tutti, perché la difesa dai deepfake non deve essere un privilegio delle grandi organizzazioni.

Microsoft Video Authenticator è diventato il mio primo riferimento. È gratuito, open source e basato su modelli di machine learning robusti. Carica un video e lo analizza alla ricerca di artefatti tipici dei deepfake: anomalie nei movimenti facciali, inconsistenze nei pixel, difetti nel blinking. In uno dei miei test recenti con un’amministrazione locale, ha identificato correttamente un video sintetico nel 94% dei casi. Non è infallibile, ma è affidabile.

Sensity (ex Deeptrace) offre una versione gratuita che permette di controllare singoli video. Il sistema funziona diversamente da Video Authenticator: usa reti neurali addestrate specificamente a riconoscere segni di manipolazione. Quando l’ho usato in parallelo con altri tool, ha fornito risultati complementari utili.

Un’altra opzione pratica è InVID, un’estensione browser che aiuta a verificare video online direttamente dalle piattaforme. Estrae fotogrammi, cerca duplicati, verifica metadati. Non è specifico per deepfake, ma è essenziale per il fact-checking di base ed è stato sviluppato da organizzazioni serie come il Politecnico di Milano.

Questi strumenti hanno un limite importante: nessuno garantisce certezza assoluta. Sono il primo scudo, non l’ultima parola. Un video potrebbe non essere un deepfake eppure il tool segnalare anomalie. Un altro potrebbe essere manipolato e passare i controlli. Per questo motivo, sempre, va affiancato l’analisi umana.

Le soluzioni professionali per organizzazioni

Se lavori in un’istituzione pubblica o un’azienda significativa, hai bisogno di qualcosa di più robusto. Qui entrano in gioco piattaforme enterprise.

Reality Defender è una soluzione che ho visto implementare in un progetto di sicurezza informatica per una regione italiana. Funziona su cloud, integra molteplici modelli di AI e fornisce report dettagliati. Il costo è significativo, ma per chi gestisce comunicazioni critiche vale l’investimento.

Truepic segue una strategia diversa: piuttosto che rilevare manipolazioni, certifica l’autenticità di contenuti fin dalla loro creazione. Funziona bene se controlli il flusso di produzione dei video, meno se devi verificare contenuti esistenti in circolazione.

Ho scoperto durante i miei progetti che il Blockchain|blockchain entra sempre più spesso nelle conversazioni su autenticità digitale. Alcune startup stanno sviluppando sistemi che certificano video sulla blockchain per provarne l’integrità. È promettente, ma ancora immaturo per applicazioni di massa.

L’errore più comune che vedo commettere

La gente si affida troppo agli strumenti automatici e troppo poco all’analisi critica. Mi è capitato recentemente: un ente locale mi ha mostrato un video riportato come “deepfake” da un tool di controllo, ma alla visione umana, dopo 30 secondi, era evidente che il file era corrotto in modo banale, non sintetizzato. Il tool aveva sbagliato diagnostico.

Il workflow giusto che consiglio sempre è questo. Primo: osserva il video con occhio critico. Cerchi anomalie visibili – transizioni innaturali intorno al volto, occhi strani, labbra non sincronizzate. Secondo: esegui controlli tecnici base con strumenti gratuiti. Terzo: se il risultato è ambiguo e il contenuto è importante, contatta un esperto di analisi forense digitale.

Un altro errore frequente: non verificare la fonte originale. Il 90% dei deepfake viene diffuso in versioni degradate, ritagliate, re-uploadate su piattaforme diverse. Prima di preoccuparti della manipolazione, chiedi: da dove viene davvero questo file?

La difesa vera inizia prima

Nel lavoro con le amministrazioni pubbliche ho imparato che la migliore difesa non è tecnologica. È organizzativa. Processi trasparenti, comunicazioni ufficiali verificabili, canali diretti di contatto con cittadini e stakeholder riducono di moltissimo l’impatto di qualunque video manipolato.

Se sei responsabile della comunicazione di un’istituzione, il mio consiglio è: crea protocolli chiari per l’autenticazione di video importanti. Usa watermark, metadata verificabili, sistemi di firma digitale. Comunica in tempo reale quando senti circolare contenuti dubbi su di te.

La tecnologia aiuta, ma la trasparenza protegge davvero. È la lezione concreta che porto dal mio lavoro di questi anni con i progetti civici.

Silvia Berneschi

Silvia si è avvicinata al digitale sviluppando software per gestire archivi artistici locali. Dopo aver lavorato a stretto contatto con team tecnici multiculturali, oggi si occupa di smart city e digitalizzazione pubblica, attingendo a concrete esperienze di progetti civici realizzati.

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